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Terre Madri 2017: una mostra sul tema dell’immigrazione femminile

15 marzo 2017 Arte Mostre


Perché non ci beviamo un tè? Con questa filosofia è nata l’Associazione Culturale TèDonna, nel veronese. Una chiacchierata tra amiche bevendo un tè, propone eventi in cui il fulcro è la donna con le sue esigenze, i suoi bisogni, le sue necessità.

L’associazione fondata da fondato da: Daniela Bicego, Michela Bortolozzo, Maria Cailotto, Roberta Seppi, Sabrina Tramonte, vuol sensibilizzare su temi delicati come la libertà, i diritti, le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono succubi.

Una grande iniziativa è ‘TerreMadri 2017: incontri tra cinema, tè, relazioni’, un meeting culturale in cui si racconta il dramma dell’immigrazione. Un dramma amplificato se a lasciare le proprie terre madri sono le donne, simbolo delle nascite e delle radici.

La mostra allestita nella biblioteca di Affi, a Verona, è stata inaugurata lo scorso 10 marzo. A partecipare sono le varie associazioni di donne straniere, ognuna pronta a raccontarsi.

A tu per tu con ‘TèDonna’.

TerreMadri 2017 riprende l’immigrazione femminile. Come nasce l’idea?

Le motivazioni che hanno portato e portano uomini e donne a lasciare le loro terre per cercarne di nuove e costruirsi vite migliori sono molteplici, risalgono alla notte dei tempi e fanno parte della storia di ognuno di noi.

Le migrazioni caratterizzano il passato e il presente dell’umanità e, per la complessità e rilevanza che hanno assunto negli ultimi anni, sono questione al centro di un dibattito che coinvolge la politica, l’economia, la società tutta.

Ci sentiamo molto coinvolte da questo tema, da ciò che vivono le persone che lasciano la propria “terra madre”, divenuta inospitale, respingente, talvolta crudele e si avviano speranzose verso terre dove poter rinascere, nuove terre madri. Non sempre però le nuove terre e chi vi abita sono accoglienti e solidali, spesso si rivelano inospitali e ostili. Altre volte permettono invece di rinascere, di crescere, concretizzando speranze, consentendo ai nuovi arrivati di diventarne parte.

La “migrazione delle Donne” assume connotazioni ancora più tragiche e umilianti, rendendole più fragili e vulnerabili, proprio perché donne e madri. In questa occasione abbiamo selezionato dei film che secondo noi possono dare una panoramica abbastanza varia della condizione delle donne che lasciano la loro terra madre in cerca di un’altra terra che le accolga. La cinese Shun Li, che con determinazione e delicatezza cerca di riscattare la propria vita, ma soprattutto di riavere suo figlio; Nadya giovane vittima ucraina della tratta sessuale, che pur con la sua presenza quasi trasparente, riesce a inquietare il nostro perbenismo; la migrante Sara che arriva dal mare e Giulietta, isolana che la accoglie nel suo garage, le cui vite si incrociano prima con ostilità, si uniscono poi in un sentimento di sorellanza; Luce o Lucy che ci testimonia l’inaspettato coraggio e la lucidità di una donna nel periodo storico della migrazione verso il nuovo continente; l’africana Waris, splendida modella che sembra raccontare una migrazione da sogno, ma ci rivela la sofferenza della donna ferita nella sua femminilità più intima.

Nella mostra c’è una installazione, la sunugaal cos’è?

SunuGaal è il nome originario del Senegal, che significa “le nostre piroghe” ed è stato modificatoe durante il periodo coloniale.Sulle fiancate delle barche spesso vengono scritti dei nomi o delle frasi di protezione. Noi abbiamo pensato di scrivere su un lato della piroga “sunugaal” perché ci aiutasse a fare conoscere la storia di questo nome e di questo paese.

Mamadou è un ragazzo senegalese che vive insieme a Mansour, Babacar, Arouna e Antoine in un centro per migranti che si trova vicino al paratodos, il laboratorio autogestito dove abbiamo cucito insieme la piroga.

Mamadouha voluto aggiungere la frase “de la teranga”, che in wolofsignifica “dell’ospitalità”, uno dei valori essenziali della cultura senegalese, forse perché è proprio quello che manca nel posto dove sono arrivati.

“Wakeurserignetouba” in wolof significa “veniamo dalla casa di serignetouba” guida religiosa musulmana fondatore del muridismo, la scegliamo affinché protegga la piroga.

La realizzazione della piroga è la trasformazione di un viaggio drammatico che ha delle drammatiche motivazioni, una di queste la pesca massiva nelle acque senegalesi da parte dei pescherecci stranieri. Ne abbiamo parlato a Valencia con i bayefall con cui viviamo, mentre cucivamo al paratodos abbiamo letto in un articolo che un peschereccio europeo pesca in un giorno tanto pesce quanto 56 piroghe in un anno.

Mamadou tra le frasi che abbiamo trovato decide questa: “i pescherecci europei sono autorizzati a depredare il nostro mare”.

Mentre cuciamo Mansour ci racconta: in Libia, prima di salire sulla barca, sono stato 3 giorni senza mangiare, perché tutti dovevamo essere più leggeri.

Mamadou ci dice: la barca con cui sono arrivato io era lunga 7 metri, eravamo 127 persone e siamo rimasti 2 giorni in acque internazionali.

Per questo meeting c’è la collaborazione con varie associazioni, quali?

Ci sono diverse associazioni: ASSOCIAZIONE NISSA e SAPERI ARTIGIANALI, un gruppo di donne migranti artigiane, spinte dal desiderio di decostruire gli stereotipi sulle donne migranti, permettendo alla comunità di vederle come risorsa, attraverso la valorizzazione del sapere artigianale della tradizione.

DAL DESERTO AL DESSERT, un gruppo di donne che arrivano dal deserto o dalle zone aride e che cercano di integrarsi sperimentando nella cucina le diversità di dolci.

Le associazioni D-Hub e Common Ground si stanno occupando di realizzare una piattaforma di laboratori urbani per la capacitazione e l’inserimento lavorativo di donne italiane e straniere. Da fine 2015 hanno incontrato l’associazione Onlus Dima Contemporary Art, che produce arte contemporanea e azioni performative. Dall’incontro è nata l’idea di realizzare nella sartoria sociale “Common Ground” delle borse disegnate insieme, su cui la scultrice Maria Teresa Padovani applica dei bassorilievi. Tali accessori diventano parte integrante delle azioni performative e loro amplificatore: l’idea è quella di un oggetto utile e bello, femminile, che non sia fatto per stare tra quattro mura – come succede solitamente con le opere d’arte – ma per viaggiare e incontrare altre persone, trasmettendo messaggi di relazione, di pace, di cura, di forza e di valorizzazione del femminile.

Per seguire le attività dell’Associazione TèDonna, questi sono i riferimenti:

TèDonna Associazione culturale

mailto:tedonnacavaion@gmail.com .

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