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Folk e Pop con il cantautore Loris Dalì

24 febbraio 2017 Arte


Nato nel gruppo I Dalì, il cantautore torinese Loris Dalì ha poi deciso di percorrere la sua strada in solitaria, scrivendosi i testi e cantandoli. Il sound che accompagna le sue parole è un melting di folk e pop. Nei suoi testi si trova un background che va da Vinicio Capossella, passa per Celentano, attraversa Beethoven e arriva al punk.

Così si racconta Loris Dalì: la sua carriera, i suoi sogni, la sua critica ai talent che rischiano di snaturare i progetti artistici.

 

Raccontaci brevemente la tua storia: come nasce il progetto, il genere musicale che proponi e i momenti più importanti della tua carriera.

Il progetto nasce dal gruppo I Dalì, in cui erano con me Paolo Verlucca al basso, Marcello Nigra alla chitarra e Giorgio Barberis alla batteria. Ho deciso nel 2014 di intraprendere la carriera solista, mantenendo comunque la mia band storica in studio per le registrazioni. Suoniamo insieme dal 1994, quindi sono praticamente miei fratelli. Come LorisDalì sono uscito con il mio disco “Scimpanzè” nel 2015 e l’anno successivo con “Gekrisi”. Per entrambi i lavori ho poi intrapreso un tour suonando un pò in tutta Italia. Il genere musicale è abbastanza vario, quindi non riesco a contenere tutto in un unica definizione. Però mi piace dire “Commedia all’italiana” perchè i miei testi rappresentano la realtà, anche quella poco piacevole, del nostro Paese con ironia e sarcasmo. Un pò come i vecchi film di Dino Risi e di quel periodo in generale. I momenti più importanti direi che sono sempre quelli in cui mi esibisco, perchè ovunque mi capiti di suonare cerco sempre di dare il massimo per conquistare il pubblico, che siano 1000 persone o solo 4.

 

Qual è l’esperienza formativa che più ha contribuito alla tua carriera?

A dir la verità ho avuto poche esperienze che si possano catalogare come “formative”, cioè non ho partecipato a corsi, stage o cose del genere. Scrivo musica e arrangiamenti dei miei brani, ma non so né leggere né scrivere musica nel senso di note. In un certo senso la prima parte dello ScimpanzèTour ha avuto un valore formativo per me. Per più di venti anni ho suonato con la mia band, dopodichè mi sono ritrovato sul palco da solo con la mia chitarra davanti a gente che non conoscevo a 1000 chilometri da casa. Ho dovuto reinventarmi come performer, adattando la mia musica e lavorando anche sulla parte teatrale del concerto con monologhi ed interpretazioni varie.

 

Proponi solo testi inediti?

Sì, propongo brani di mia composizione di cui scrivo anche i testi.

Qual è la tua maggiore fonte di ispirazione?

 

La vita di tutti i giorni, mia e di chi mi sta accanto, di uno sconosciuto con cui parlo in strada, ciò che vedo e ciò che sento. Quasi tutti i miei brani parlano di storie reali e spesso sono un mix di esperienze mie e di altri. Il testo è per me la parte più sublime e anche più faticosa da scrivere, infatti ci dedico davvero moltissimo tempo.

 Gli artisti che ascolti e che stimi?

 

Un elenco in ordine sparso: Capossela, Radiohead, De Andrè, Celentano, Brunori, Jeff Buckley, il coro degli alpini, il tango, Beethoven, Beatles, Duran Duran, Depeche Mode, il punk.

Il sogno nel cassetto?

 

Fare un tour nei teatri. Nei piccoli teatri, dove si sente l’odore del legno, della polvere e dell’arte. Piccoli, ma sold out si intende.

Il tuo “pezzo migliore”, che a tuo avviso ti rappresenta al meglio?

 

I pezzi che scrivo sono come figli per me, ognuno mi ha fatto più o meno penare, di qualcuno non riesco a farne a meno, qualcuno lo trascuro ma quando lo rincontro lo amo piu di prima. Difficile dire quale sia il migliore per me. Dell’ultimo disco direi “Aldilà” perchè ha un testo ed una melodia verso cui mi piacerebbe virassero i miei lavori successivi. Quello che mi rappresenta di più…diversi sono i pezzi assolutamente autobiografici, che narrano di me: “Manager”, perchè descrive quello che ero prima di diventare un solista e quello che sono diventato; “3 accordi, fischio e delay” perchè narra di una delle solite serate tra amici e l’ho scritta una sera uscendo da casa del mio amico bassista Marco Armanni; “Jack Risi”perchè Jack Risi sono io, poi “Di nuovo ubriaco”, “Un tango qualunque”, “40anni”.

Quello che invece piace di più al tuo pubblico?

 

Di solito al mio pubblico piacciono i pezzi movimentati ma di critica sociale. Ad esempio “Evviva l’Italia” o “Gekrisi”, anche perchè dal vivo rendono molto bene.

Progetti per il futuro?

 

Continuerò nel 2017 con la promozione e il tour di “Gekrisi”, dopodichè mi fermerò per finire di scrivere il mio prossimo disco, su cui stò già lavorando. Questa volta voglio soffermarmi di più sulla scrittura nella sua interezza: testi, arrangiamenti, suoni, che sia tutto deciso sulla base di approfondite riflessioni. Entrerò poi in studio e uscirò con il mio terzo disco diciamo tra tra 2 o 3 anni, forse. Probabilmente si intitolerà “Canzoni fatte a mano”, forse.

Cosa dovrebbe fare, secondo te, il mercato della musica italiana per valorizzare i giovani musicisti emergenti?

 

Il mercato della musica italiana è difficile da comprendere. Io ci ho provato e la mia conclusione, puramente personale, è che sia inutile cercare il contratto con la major, a meno che non si arrivi da un talent, nel qual caso la major si farà probabilmente viva da sola. C’è una strada breve, i talent appunto, che però rischiano di snaturare i progetti artistici, così come di fatto succede anche con le etichette più importanti. Se analizziamo la qualità e anche l’apprezzamento del pubblico attento ci rendiamo conto che è volta verso la nicchia del mercato. Brunori, Dente, Tre allegri ragazzi morti, Levante, anche alcuni rapper, Motta, Calcutta sono solo alcuni esempi di artisti che hanno raggiunto una buona popolarità, riempiono location di media grandezza, vendono dischi ma di fatto non sono “famosi” per quello che questo termine rappresenta per molti. In Italia i “famosi” sono Ligabue, Vasco Rossi, la Pausini, Ramazzotti e se si pensa di entrare nel mondo della musica per diventare famosi come loro, credo ci siano davvero minime possibilità di riuscirci. Quindi le major non possano fare molto per i giovani emergenti, o meglio non ritengo sia nei loro interessi farlo, a meno che non rientrino nelle caratteristiche della vendibilità, spesso a dispetto del progetto artistico.. Credo invece che le etichette indie debbano continuare a fare ciò che hanno fatto finora, cioè scovare e lanciare i nuovi meritevoli.

 

Per ascoltare le canzoni del cantautore Dalì, questi i suoi contatti:

 

PressKit

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