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I Cure a Milano, tre ore di musica per riappacificarsi col mondo.

2 novembre 2016 Concerti & Teatri Tour Musicali


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Era circa un anno che li attendevamo. Da quando sono state annunciate le loro date in Italia e i biglietti sono andati a ruba nel giro di pochi minuti. Assistere ai Cure a Milano è a tutti gli effetti riappacificarsi con il mondo. Con la propria adolescenza, col proprio periodo dark, con tutto quello che di struggente nella nostra mente si crea a ogni loro brano. È mettere un punto o aprire per sempre una grossa parentesi, un immaginario a cui sarà facile ritornare.

Robert Smith e soci abbracciano e coccolano i fans con melodie e testi che hanno fatto la storia. La scaletta è generosa, si passa da “Open”, “Picture of you”, “From the Edge of the Deep Green Sea”, “The lovecat”, fino ai classici “Boys don’t cry”, “Close to me” e “Friday I’m in love”. Una scaletta emozionante, che fa presto a rovinare il trucco a tutti i fan con cerone e matita nera sotto gli occhi. Si istaura subito un rapporto magico con il pubblico, che segue lo scorrere dei brani come preghiere laiche, senza mai interrompere questo flusso. Le canzoni dei Cure sono ipnotiche senza per forza ricorrere a facili ritornelli e questo il pubblico lo sa.

Il frontman e icona dei Cure, Robert Smith, è apparso davvero in grande forma. Regge senza fatica quasi tre ore di concerto e per tutto il tempo ci si dimentica facilmente del suo aspetto fisico cambiato, dei tanti anni di silenzio, degli eccessi del passato…quello che conta è la sua voce che arriva dritta al cuore, senza nessuna intermittenza. Spesso torna in mente il personaggio di This must be the place di Sorrentino, quel Cheyenne così simile a Smith, e quasi fa tenerezza immaginarlo nella vita quotidiana, così fuori tempo e fuori moda.

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Man mano che Smith va avanti con la scaletta, si fa sempre più strada un’unica convinzione: è tutto così perfetto. La scenografia essenziale lascia spazio a una cura maniacale dei suoni, alla voce così chiara di Smith, ai musicisti ottimi esecutori e interpreti.  E quindi, è facile chiudere per attimo gli occhi, e immaginarsi nel proprio angolo intimo di mondo, senza nessuno intorno, mentre Smith canta solo ed esclusivamente per sé.

Alla fine, dopo 2:45 di musica, si ha quasi la sensazione che ritornare alla normalità, almeno per una notte, sarà così dannatamente difficile. Vorresti rivederli ancora e ancora, ma dentro di te, segretamente, speri che questa volta sia unica per mantenere questo ricordo intatto nel tempo.

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